Gordon “Sopp” Sand

Uomo libero

Description:

“Alahandra Boisich ha tradito tutti, lui si fidava, ma lei ha sputato sulla sua tomba, hanno preso me e poi te e ci hanno venduti, come cani”

Furono le ultime parole di Sharifa presa da un delirio febbrile.

Bio:

Alla fine, cosa distingue uno schiavo da un uomo?Denaro?Potere?Non per come la vedo io.
Un uomo sceglie, uno schiavo obbedisce.
Un vero uomo sa cosa vuole, un vero uomo sa dove andare e come muoversi per raggiungere i suoi obiettivi. E li raggiungerà. Un vero uomo conosce i suoi bisogni, quelli di chi è accanto a lui e sotto la sua responsabilità. Nutre rispetto verso chi lo segue e mostra riconoscenza verso chi lo aiuta.
Nel nostro mondo quelli che si chiamano “uomini liberi” sono i veri schiavi… è l’ora che uno “schiavo” insegni loro ad essere uomini.

Il mio primo ricordo d’infanzia, il reale momento in cui la mia vita è iniziata, è fisso nella mia memoria come permanente è il tatuaggio che porto dietro la schiena: un marchio a fuoco. E come un marchio a fuoco, ha bruciato dal momento in cui venne impresso per aumentare ogni giorno in intensità, facendo divampare nel mio spirito la fiamma del riscatto.
Fu il giorno che arrivai alla tenuta d’Aviz,non avrò avuto più di cinque anni… Caddi dal carro in cui insieme a tanti,troppi altri eravamo ammassati come merce avariata. Ero distrutto, disidratato e non riuscivo a reggermi in piedi, ma questo non interessò l’uomo bianco con la frusta che anzi sembrava provare piacere nello scudisciarci e calciarci per farci rialzare e raggiungere quelle che scoprii essere le stalle. Una volta messi in riga, ci raggiunse un tozzo e sgraziato uomo dai lunghi baffi neri che si limitò a guardarci con disgusto come un mucchio di letame, per poi passarci in rassegna assegnandoci un “mestiere”e farci inginocchiare ai suoi piedi mentre i suoi ci marchiavano come bestiame.
Io fui l’ultimo, e l’unico abbastanza irriverente e sfrontato da dimenarmi e sputargli addosso.
Mi picchiò, e mentre come punizione mi marchiavano per la quarta volta disse “questa è la punizione per chi manca di rispetto al vostro unico padrone, il Duca Gordon d’Aviz. Se non vuoi morire, baciami i piedi sgorbio”. Lo feci, con gli occhi ormai serrati da lacrime e sudore,ma in quel preciso momento giurai vendetta.

Da allora fui ufficialmente al suo servizio. Essendo troppo piccolo e debole per lavorare nelle piantagioni come tutti gli altri, trovarmi un compito non fu una scelta immediata. Lavorai principalmente come spazzacamino, addetto alle pulizie di tetto e grondaie e raccoglitore di noci di cocco e papaya, tutti compiti molto consoni alla mia corporatura esile e agile che in breve tempo mi permisero di muovermi con estrema naturalezza sui percorsi irti o verticali cosi come gli altri facevano sul terreno.
Il lavoro era estenuante e ogni interazione con altri schiavi era punita con pene troppo aspre perché qualcuno pensasse a me. La mia unica amica si chiamava Sharifa, era una vecchia signora che lavorava come serva di compagnia della duchessa. Lei mi regalava il suo pane, mi abbracciava e mi raccontava storie del suo villaggio di uomini che combattevano per difendere il loro popolo. Quando la notte non riuscivo a dormire per la stanchezza o il dolore mi pettinava con dolcezza e raccoglieva i miei lunghi e indomabili capelli neri in trecce che ordinava e puliva con prodotti rubati dai duchi a costo di cento e cento frustate. Alla fine un giorno, a causa di una febbre non curata e di troppe percosse, morì lasciandomi nel nostro nascondiglio segreto l’orecchino senza valore che aveva custodito come un tesoro per tutta la vita. Cosi, rimanendo solo, imparai troppo giovane l’ennesima lezione e feci un’altra promessa: avrei lottato contro i soprusi verso me ed i miei simili come i guerrieri delle storie di Sharifa.

Quando nessuno mi guardava, il mio unico passatempo era diventato arrampicarmi su per gli altissimi muri dell’androne del casale e da lì intrufolarmi in anfratti irraggiungibili per origliare conversazioni e provare l’adrenalina del seguire gli altri dall’alto senza essere scoperto. Non avevo idea che il mio unico gioco si sarebbe tramutato nella possibilità di fuggire verso la libertà.
Sei mesi fa, mentre seduto sulla mensola dei trofei di caccia del duca (tra il secondo e il terzo piano) guardavo il cielo illuminato da una luna piena cosi grande che sembrava volesse abbattersi sul suolo, udii dei passi salire le scale sotto di me, e voltandomi riconobbi nell’ombra la grassa figura del duca. In un sussulto di paura per errore feci cadere una testa di leone giù dalla mensola e il caso volle che questa colpisse al capo il duca, che perse l’equilibrio e ruppe la scala rimanendovi appeso con una mano.
Istintivamente corsi in sua direzione e gli afferrai la mano tirando con tutte le mie forze per salvarlo.
Il duca cominciò a piagnucolare come una femminuccia promettendomi qualsiasi cosa avessi voluto se l’avessi salvato: oro,gioielli, la libertà…addirittura un titolo onorifico. Non sapeva che piuttosto che vivere come lui aveva sempre fatto avrei preferito morire immediatamente.
In quel momento solo un pensiero mi trafisse: la mia sudditanza non avrebbe mai avuto fine a meno che io non avessi deciso di mettervi un punto. Lasciai la presa e Gordon D’Aviz piombò nel vuoto urlando in un misto di disperazione e terrore che si dissolse poco dopo, facendolo morire da vigliacco e nullità così come aveva vissuto.

I momenti successivi furono tanto frenetici quanto oscuri nella mia mente: facendo attenzione a non farmi vedere, rubai nella corsa verso la stalla quel poco che riuscii a trovare, che successivamente vendetti per assicurarmi una traversata alla volta del Mare Interno e qualche oggetto utile per il mio viaggio, lasciando per me soltanto l’orecchino di Sharifa.
Ora sono solo in un mondo che non conosco ma che bramo appartenga a me e i miei simili più di ogni altra cosa. Dentro di me è ancora vivo quel bambino di tanti anni fa, solo cresciuto in altezza ma sempre agile,e nei miei occhi neri come la pece brilla la luce della determinazione di non far più vivere a nessuno quello che io e tanti altri prima di me abbiamo patito.

La cosiddetta “giustizia temporale” è solo un’imposizione della società per trattenere gli incapaci e i vigliacchi sotto una cupola di vetro. Questa non è indipendenza, non è scelta, non è vita.
Sono uno come tanti, per cui le preghiere agli dei non sono mai state ascoltate e la fiducia nell’uomo è ripagata con disprezzo e discriminazione.
Non ho mai avuto un vero nome . “Sporco negro”, “feccia umana”, “essere inferiore” sono stati gli appellativi con cui sono nato e cresciuto, ma per la mia nuova vita e per la mia vendetta ho rubato il nome dell’essere che ho ucciso e che per vent’anni mi ha rubato tutto quello che di più per un vero uomo è importante: la dignità. Nemmeno il mio cognome è mio… solo l’eredità che mi accomuna ai quei pochi poveri bastardi che come me hanno avuto solo la sfortuna di nascere dove la sabbia sostituisce l’opulenza e la sete trascina la disperazione, ma che sono stati benedetti dai bianchi con l’onore di essere insigniti di un “nome di famiglia”. Paradossalmente anche nel mio nome c’è il marchio dell’infamia e del razzismo.

Questo mondo deve cambiare, questo mondo deve capire… anche a costo di guadagnarmi il rispetto con terrore e barbarie, tutte le persone che come me sono state vittime di ingiustizia verranno riconosciute come normali membri di una nuova società e finalmente l’ordine prestabilito verrà deposto…
Se per far ciò sarà necessario distruggere la vecchia “nobiltà” e “borghesia”, sarà solo per colpa loro.
Ho tanta vita davanti e sono disposto ad aspettare con pazienza il mio momento, anche baciando altri piedi illustri nel frattempo. Ma il mio riscatto arriverà, e allora guai a chi non sarà stato un vero uomo!

Gordon “Sopp” Sand

Pirati unchained LordEndelor Janphyleeppo